Alla fine del XIX secolo, grazie con la nascita
dell’elettricità e del petrolio, cominciò quella che possiamo definire la
seconda rivoluzione industriale, che portò l’inizio del processo di espansione
delle città che ha caratterizzato tutto il ‘900. Il forte inurbamento che segnò
il dopoguerra, portò alla nascita di un nuovo luogo, che aveva la densità
tipica della città, ma senza gli spazi e i servizi che la caratterizzava,
definite periferie.
La periferia, intesa come spazio marginale rispetto ad una
centralità, ha rappresentato fin dalla sua nascita un luogo dall’accezione
negativa, in quanto incubatore di tutto ciò che la città non poteva o non
voleva contenere. Fuori mura trovarono collocazione i maleodoranti stabilimenti
produttivi, i caseggiati per la classe proletaria e tutti qui servizi utili
alla vita della città, ma incompatibili con il delicato contesto delle zone
centrali.
Le periferie nascono come modello per una classe operaia
considerata il motore della società e della crescita ed espansione della
periferia stessa.
Prima della nascita della periferia il concetto di centro
storico non esisteva, in quanto ciò che oggi definiamo centro, coincideva con
l’idea stessa di città. Fino ad allora aveva retto una netta differenziazione
tra il territorio urbanizzato, la città, e il territorio non urbanizzato, la
campagna. La nascita della periferia rappresentò una nuova dimensione per lo
spazio urbanizzato: senza confini e senza centralità. L’antitesi città-campagna
venne quindi sostituita dall’antitesi centro-periferia.
Oggi nelle periferie si concentra la maggior parte della
popolazione urbana, ma nonostante ciò, sono spesso luoghi trascurati e dove
l’idea di città stenta ad emergere. Questo paradigma vale sempre più nelle
medie e grandi città, mentre risulta più attenuato nelle città di provincia
come la nostra.
In epoche recenti le periferie hanno subito un ulteriore
espansione, arrivando a lambire, e a volte inglobare, le vecchie aree
produttive, un tempo collocate al di fuori dei centri abitati. L’impeto della
richiesta immobiliare unita alla corsa speculativa ha però fatto sì che si
mancasse l’importante occasione di poter recuperare o riconvertire queste aree
dismesse, facendo prevalere la logica dello sprawl urbano, ovvero della
dispersione, caratterizzato dalla bassa densità abitativa e dall’eccessivo uso
di territorio. Forse, col senno di poi, sarebbe stato più corretto e proficuo
operare secondo una logica di ricucitura al tessuto urbano, di quelle porzioni
di territorio già trasformate in epoche passate e che, perduta la loro
funzione, sono entrate in una sorta di limbo perenne.
Negli ultimi tempi il dibattito attorno alle periferie si è
fatto più vivo, grazie anche al forte interessamento da parte di studiosi
e progettisti di fama, che stanno cercando di portare in primo piano un
argomento tanto delicato come il futuro delle città. Fino ad oggi ci si è
concentrati nel preservare le zone storiche e nell’elaborare normative da
funambolo, perdendo di vista l’idea di città da portare avanti. Proprio in una
recente intervista apparsa sul quotidiano Repubblica, l’architetto Renzo Piano
ha lanciato un appello perché ci si mobiliti nel trovare delle soluzioni
affinché “le periferie diventino città” e conquistino quella dignità che gli è
sempre stata negata.
Tornando alla nostra realtà locale, va riconosciuto che
alcune scelte urbanistiche messe in atto negli anni hanno avuto ricadute
positive in certe zone della nostra città; ad esempio la scelta di
delocalizzare in aree meno centrali alcune strutture pubbliche, in modo da
poter sviluppare zone periferiche con quel mix di funzioni che caratterizzano
la città e il corretto modo di viverla, e l’attuazione della cintura verde che
segna il limite per l’espansione urbana.
Il periodo di cambiamento che stiamo vivendo dovrà servire
per ripensare il modo di agire nel governare i territori, mettendo al centro di
ogni scelta la qualità della vita che si andrà a determinare nei luoghi in cui
si opereranno le trasformazioni.